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L'ESPERTO RISPONDE

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Domanda: Ho sul terrazzo delle piante di limone e di rose, che dai primi caldi di questa primavera mi sono accorto sono infestate da un piccolo parassita nero che sta sotto le foglie. Tranne che sulle foglie più alte, si è visto prima un abbondante liquido appiccicoso, denso, che ha reso le foglie lucide; poi le foglie sono diventate nere e ho visto le piante in grande sofferenza. Ho fatto qualche potatura e la situazione è un po’ migliorata. Il parassita si presenta come piccoli puntini neri e si vedono anche delle “moschine” nere di c. 1 mm. Ho provato a fare dei trattamenti con olio bianco, senza successo. Che cosa può essere e come si può combattere? Grazie

Postata da: jack43
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Risposta di: Dott. Ugo Laneri

Caro Jack43, non vedo l'immagine, ma data la descrizione ed il fatto che conosco il problema, non posso sbagliare. Questo è un parassita terribile, distruttore di rose, agrumi e altre piante come pero, viti, caki ecc., se non combattuto prontamente. Infatti rientra in un elenco di parassiti cosiddetti da quarantena. Appartiene all’ordine dei Rincoti o Emitteri, insetti che comprendono afidi, cocciniglie, ecc. Si tratta di Aleurocanthus woglumi, mentre Aleurocanthus spiniferus nella fase adulta si presenta come una “moschina” grigio chiaro; entrambi misurano poco più di 1 mm e sono di origine tropicale Asiatica. Le femmine depongono uova sulla superficie inferiore delle foglie di varie piante, ma in particolare su agrumi e rose. Dalle uova escono stadi giovanili (neanidi) che rapidamente si fissano come le cocciniglie (ed infatti vengono spesso scambiati per la Cocciniglia nera Parlatoria zizyphus) e appaiono molto simili in entrambe le specie, come puntini neri ovali bordati di bianco (quindi guardando solo le neanidi non si capisce di quale delle due specie si tratta, ma i danni ed il comportamento sono simili); a differenza degli afidi e cocciniglie, però succhiano molta più linfa, di cui trattengono solo una piccola parte; il resto viene emesso, concentrato, sotto forma di abbondante liquido mieloso, la melata appunto. Su questa si sviluppano poi funghi saprofiti, che rendono le foglie nere (fumaggine, che forma un feltro nero). Data la quantità di linfa assorbita e l’abbondante fumaggine, la pianta viene molto debilitata e va incontro a malattie fungine (e forse virosi) fino a morire. L’infestazione ha luogo a temperature maggiori di 20°C, con un optimum intorno a 26°C; con le alte temperature ed umidità si creano condizioni ideali per la diffusione delle due specie, che già dall’anno scorso avevano invaso quasi tutta Roma; quest’anno si è completata l’invasione. A. spiniferus, segnalato in Puglia nel 2008, sta risalendo l’Italia (segnalato nel 2014 a Roma Nord, nel 2017 in Campania - ma forse presente da prima -, quest’anno in Emilia Romagna), dato il clima sempre più caldo, con inverni miti. Di A. woglumi non si avevano segnalazioni. Le azioni da fare sono due: a) ripulire dalla fumaggine le foglie, b) debellare il parassita. Per il primo intervento, se l’attacco è iniziale, e si hanno poche, piccole piante, si potrebbe fare la pulizia manuale delle foglie con spugne o altro intriso di un detergente (o da cucina o sapone molle); se invece il problema è maggiore, bisognerebbe prima ammorbidire il feltro nero nebulizzando acqua e detergente (sia sopra che sotto le foglie) e poi spruzzare acqua ad alta pressione per il lavaggio. Debellare il parassita non è facile, soprattutto quando l’infestazione è diffusa. Eventualmente prima bisogna procedere ad una potatura per eliminare parti secche, rami intricati ecc., poi si nebulizzano accuratamente con un insetticida le piante ed anche il terreno; le foglie cadute ed il materiale potato vanno bruciati o immersi in varechina. Un prodotto consigliato, esente da patentino, è Movento o simili, un sistemico (cioè che penetra nella pianta) molto rispettoso dell’ambiente, di api ecc. e della salute, a base di Spirotetramat, registrato nel 2011; se ne usano 2 ml/l. Altri sistemici, rispettosi di api ecc. e a bassa tossicità per l’uomo, però da patentino: Epik SL (liquido) o Bastinsect (bastoncini, da mettere nei vasi); entrambi a base di Acetamiprid, registrati nel 2015 hanno scadenza di autorizzazione nel 2034; contro Aleurocanthus ed altri insetti succhiatori sugli agrumi, Epik SL va usato alla dose di 1-1,5 ml/l (e probabilmente lo stesso per le rose); i bastoncini di Bastinsect vanno messi nei vasi e nella confezione è indicato quanti bastoncini inserire a seconda della grandezza del vaso. Prodotti utilizzabili in agricoltura biologica sono questi tre: Olio di neem (a base di Azadiractina) da usare insieme a sapone molle potassico; Spinosad (forse abbinato anch’esso a sapone); Naturalis o Botanigard, a base di spore di Beauveria bassiana (un fungo), agiscono per contatto sulle neanidi. Vertimec (a base di Abamectina, di origine naturale) richiede il patentino. Di questi 4 prodotti si attendono ancora i risultati conclusivi dell’efficacia su Aleurocanthus; non sono sistemici, quindi vanno nebulizzati sotto le foglie. Il piretro si è dimostrato poco efficace, a parte il fatto che non risparmia le api; inefficace anche l’olio bianco da solo. Prodotti da patentino sono ad es. il sistemico Confidor, a base di Imidacloprid (ma è stato registrato nel 1996, quindi potrebbe aver indotto resistenze; inoltre è accusato di provocare morie di api), mentre altri come Thiamethoxam o altri neonicotinoidi sono ormai revocati. E’ da notare che insetti come questi possono nel tempo sviluppare resistenze (cioè diventare immuni a certi principi attivi), che sono più probabili quanto più il prodotto è stato usato negli anni passati. E’ bene quindi da un anno all’altro cambiare i prodotti.



Domanda: Gentilissimi Esperti, mia cognata mi ha inviato alcune foto della dieffenbachia (credo) che ha ereditato circa dieci anni fa da mia suocera. La pianta deve avere almeno trentanni di vita ed è cresciuta a dismisura. La pianta originaria ha perso le foglie basali, si è allungata per oltre 2 metri e ha poi sviluppato delle foglie su in cima. Mia cognata è molto legata alla pianta, che le ricorda la sua mamma. Si chiede se è possibile potarla, quali possibilità di sopravvivenza alla potatura avrebbe la pianta e, eventualmente, a che altezza andrebbe effettuato il taglio. Potreste aiutarci? Un caro saluto. Laura Della Sala

Postata da: Laura Della Sala
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Risposta di: Dott. Ugo Laneri

(Non si vede la foto, ma la descrizione è chiara) Anzitutto complimenti per questa annosa pianta. Si tratta di una Dieffenbachia amoena, forse cultivar (varietà coltivata e propagata per talea) ‘Tropic’. La potatura della Dieffenbachia si può fare molto facilmente, meglio all’inizio della primavera; bisogna evitare di toccare la pianta in questa occasione, perché il suo latice è molto irritante*, in particolare per le mucose (bocca, occhi ecc.), quindi mettere i guanti. Si pota il fusto a circa 15 cm dalla base e con la parte tagliata si possono fare molte talee: porzioni di circa 10 cm o comunque con almeno un nodo, lasciando lo stesso orientamento iniziale, possono essere messe a radicare in terriccio soffice (torba-sabbia o sola torba o sola sabbia o torba e perlite..) mantenuto umido, nello stesso ambiente in cui vive la pianta, a 20-25°C; dopo forse 1 mese, si dovrebbero sviluppare radici e nuovi getti con foglie, da far crescere in terriccio universale torboso. Con la parte terminale, che ha le foglie con una porzione di fusto di 15-20 cm, si può fare anche una talea come sopra, oppure metterla a radicare in acqua. La porzione di fusto lasciata con le proprie radici, dopo un po’ ugualmente dovrebbe emettere uno o più nuovi getti. (Lo stesso procedimento si può fare con altre piante come il Trochetto della felicità, cioè Dracaena, Cordyline…) *Molte altre piante della famiglia Aracee (Philodendron, Pothos, Calla = Zantedeschia ecc.) hanno latice più o meno irritante; Dieffenbachia seguine si dice che sia stata usata in passato dagli schiavisti per poter frustare gli schiavi senza che urlassero: la pianta provocava la paralisi di tutta la gola, comprese le corde vocali. Dieffenbachia è un genere di piante di zone caldo umide sud americane, dedicato a J. F. Dieffenbach, giardiniere a Schönbrun. Le cultivar usate per la coltivazione in casa soffrono quindi sotto i 10°C; vogliono una buona luce, annaffiature regolari ma senza eccedere; buon drenaggio, mai acqua nel sottovaso. Una leggera concimazione per piante verdi aiuta la crescita, ma mai abbondare. Se le condizioni sono ottimali, la pianta non si dovrebbe spogliare alla base; dalle foto sembra che la luce e l’umidità siano un po’ scarse (vedendo anche le altre piante vicine). Per l’umidità, a parte un sottovaso con uno strato di ghiaia umida, se l’aria è secca nebulizzare con acqua distillata o acqua piovana.



Domanda: Gentilissimi Esperti, mia cognata mi ha inviato alcune foto della dieffenbachia (credo) che ha ereditato circa dieci anni fa da mia suocera. La pianta deve avere almeno trentanni di vita ed è cresciuta a dismisura. La pianta originaria ha perso le foglie basali, si è allungata per oltre 2 metri e ha poi sviluppato delle foglie su in cima. Mia cognata è molto legata alla pianta, che le ricorda la sua mamma. Si chiede se è possibile potarla, quali possibilità di sopravvivenza alla potatura avrebbe la pianta e, eventualmente, a che altezza andrebbe effettuato il taglio. Potreste aiutarci? Un caro saluto.

Postata da: Laura Della Sala
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Risposta di: Dott. Ugo Laneri

Non riesco a vedere la foto; non so se dipende da una carenza del sito o da altro (standard della foto non riconosciuto...). Comunque sia, le nostre piante d'appartamento, se ben radicate ed in generale in buono stato di salute, sopportano benissimo le potature (vari Ficus, Dracaena, Dieffenbachia, Pothos ecc). Se la pianta ha un sano apparato radicale, rapidamente dai nodi sotto il taglio dovrebbero spuntare nuovi germogli che poi daranno origine a fusti e foglie. Il momento migliore è la primavera, ma se la pianta ha una buona illuminazione e il terreno è mantenuto umido ma non imbibito d'acqua, l'operazione si può eseguire in qualsiasi momento dell'anno. Si può tagliare il vecchio fusto a 20-30 cm dalla base e con la parte tagliata si possono fare tante talee in acqua o sabbia umida.



Domanda: Carissimo Ugo, la natura mi meraviglia sempre e mi incuriosisce. Fermandomi di fronte alla pianta allegata mi è venuta voglia di fotografarla e di chiederti aiuto per darle un nome. Sempre grato per la pazienza e la cortesia ti saluto cordialmente. Vincenzo

Postata da: Vincenzo Di Renzo
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Risposta di: Dott. Ugo Laneri

Chaenomeles sp. è una rosacea di origine orientale (Cina e Giappone), scoperta alla fine del ‘700, chiamata anche Cotogno del Giappone. Le due specie più diffuse, spesso confuse tra loro, sono C. japonica e C. speciosa, la prima alta fino a 1,2 m ed espansa, la seconda fino a 2, più eretta. Inoltre da più di un secolo esistono ibridi tra le due specie (C. x superba). Le specie hanno foglie caduche e la fioritura, spettacolare, avviene tra marzo e aprile, seguita da frutti di c. 4 cm, di colore giallo, molto profumati (usati talvolta per profumare la casa). I fiori della C. japonica sono di solito di colore rosso mattone e misurano c. 3 cm, l’altra specie ha fiori leggermente più grandi ed è presente in molti colori e sfumature. La coltivazione è facile: esposizione al sole, terriccio fertile anche calcareo, ma non eccessivamente sassoso; irrigazioni necessarie solo nei primi anni o in caso di siccità prolungate. Potature dopo la fioritura, per eliminare l’eccesso di rami interni, mantenere la forma e avere un giusto sviluppo vegetativo; i rami si accorciano fino a due gemme. Moltiplicazione per talee semilegnose sotto vetro in autunno, per propaggini, margotte, o polloni radicati. I frutti sono stati usati per gelatine; i rami fioriti resistono alquanto a lungo in vaso. Poiché sono arbusti spoglianti, qualcuno le alterna a piante sempreverdi.



Domanda: Carissimo Ugo, ti allego la foto di due phalenopsis. Sono di una mia collega di ufficio che ha notato che la più piccola (fiore in basso) quest'anno ha cambiato colore (l'anno scorso era di colore bianco) a causa della vicinanza con l'altra di colore viola. La tua esperienza conferma la sua ferma convinzione e la possibilità di un tale evento? Un caro saluto e un grazie di cuore con la promessa di venirvi a trovare presto. Vincenzo Di Renzo

Postata da: VINCENZO DI RENZO
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Risposta di: Dott. Ugo Laneri

Caro Vincenzo (non vedo qui le foto, che ho ricevuto privatamente, ma non svelano nulla), se fosse vero che da una pianta che produce fiori bianchi (che restano bianchi fino all’appassimento), per vicinanza con un’altra a fiori colorati, si sviluppino fiori colorati, bisognerebbe farci una pubblicazione rivoluzionaria. Mi sono occupato un po’ del viraggio del colore nei fiori come conseguenza dell’impollinazione. Tale fenomeno è osservabile in numerose specie come Brunfelsia calycina (B. pauciflora), Quisqualis indica, Hibiscus mutabilis, Rosa x odorata mutabilis, Lantana camara, Cymbidium sp. ecc. Il fiore di queste specie quando sboccia è di un colore (spesso bianco, secondo le specie), poi dopo l’impollinazione vira più o meno vistosamente verso un altro colore (spesso rosso). Qui siamo di fronte ad un fenomeno diverso. La possibilità che una pianta che fa sempre fiori di un certo colore improvvisamente ne produca uno o più di un altro colore è dovuta ad una mutazione. Ma non è stato mai osservato in natura, che io sappia, che una pianta che produce fiori bianchi possa produrre per mutazione fiori colorati; l’inverso invece sì. La comparsa di fiori colorati da una pianta che produceva fiori bianchi potrebbe essere spiegata con una situazione chimerica molto improbabile; il fenomeno non si può spiegare in due parole, posso tentare, semplificando: nella pianta erano già presenti delle cellule che nel proprio patrimonio genetico avevano i geni per produrre il colore e queste cellule ad un certo punto hanno formato questo fiore colorato. Attraverso la mutagenesi artificiale hanno ottenuto da garofani colorati dei garofani bianchi, che ad un certo punto poi hanno prodotto nuovamente fiori colorati (i garofani bianchi qui erano chimerici e la spiegazione sarebbe lunga). In alcune Orchidee, tramite incroci tra specie di Cattleya a fiori colorati, la cui progenie era ancora a fiori colorati, si sono ottenute (da seme) piante che producono tutte fiori bianchi, ma da queste per mutazione o ulteriore incrocio, si possono ottenere fiori colorati. Non mi pare che in Phalaenopsis la situazione sia questa, non mi risulta. Nel nostro caso si tratterebbe di un fenomeno eccezionale di ingegneria genetica, che un indiano, anni fa riteneva possibile, ma non è mai stato dimostrato, anzi viene ritenuto impossibile. Cioè il trasporto ed inserzione nel DNA di una pianta, di DNA da un’altra, senza passare per la riproduzione sessuale. Intanto ci vorrebbe un vettore che trasporti questo DNA: un afide? Questo fenomeno di ingegneria genetica naturale però è stato ipotizzato sia avvenuto nel corso dell’evoluzione. Più volte si è sentita l’affermazione che la semplice vicinanza di una pianta possa modificare geneticamente la pianta vicina: questo non ha spiegazioni e direi che è impossibile.










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